Il declino del calcio italiano: un problema che parte da lontano

Dopo aver progressivamente indebolito la Serie A, oggi sempre più spesso considerata tra i campionati meno competitivi d’Europa, il sistema calcio italiano sembra aver perso direzione. Non è solo una questione di risultati – già di per sé preoccupanti, con poche squadre capaci di spingersi oltre le fasi iniziali delle competizioni europee – ma di struttura, visione e prospettiva.

Negli anni, i vivai sono stati messi in secondo piano. Spazio ai tanti stranieri. I giovani mandati a svernare in età già avanzata. Si è preferito puntare su soluzioni immediate, spesso importando giocatori già formati, invece di investire con pazienza nella crescita dei talenti locali. Questo ha impoverito il movimento alla base, rendendo sempre più difficile costruire una nuova generazione di calciatori competitivi a livello internazionale.

Il problema, però, è ancora più profondo. Riguarda la cultura sportiva e il rapporto con le nuove generazioni. Oggi ci sono ragazzi che, dopo oltre un decennio, non hanno mai visto la nazionale italiana partecipare a un Mondiale. Un vuoto simbolico enorme, che incide sull’immaginario e sull’interesse. Non sorprende, quindi, che molti giovani – percarità non tutti, ma non sembra bastare, lo dicono i fatti – si allontanino dal calcio, percependolo come qualcosa di distante rispetto a una volta, meno emozionante, incapace di ispirare.

È un segnale forte: quando anche i più piccoli perdono entusiasmo, significa che il sistema ha smesso di parlare al futuro. E senza futuro, uno sport si svuota.

Il calcio italiano appare oggi come un movimento in difficoltà: meno competitivo, meno attrattivo, meno capace di rinnovarsi. Molta tattica, niente tecnica. Zero intensità. Un calcio che sembra accontentarsi, che fatica a innovare e che spesso si rifugia nella nostalgia dei successi passati invece di costruire nuovi cicli vincenti.

Serve una presa di coscienza reale. Servono investimenti seri nei settori giovanili, una riforma delle strutture – l’80% degli stadi (e dei campi sportivi!) sono da rifare – una visione moderna che rimetta al centro il talento e lo sviluppo. Perché senza queste basi, il rischio è quello di restare indietro ancora a lungo.

E allora sì, la sensazione è quella di un calcio italiano enormemente perdente, molto triste, che oggi guarda l’Europa dal fondo, invece di esserne protagonista. Io non mi stupisco, anzi – se nulla cambierà – l’agonia di un sistema ormai logorato durerà ancora molti anni.

E mentre noi pensiamo anche stasera al var e all’arbitraggio – certante non perfetto, è evidente – c’è un dettaglio che dice molto: uno dei rigori della Bosnia Erzegovina lo ha realizzato un diciottenne. Talento, personalità, incoscienza. Ha trascinato il suo Paese verso il Mondiale. Noi, invece, restiamo ancora a casa. E, anche questa volta, con pieno merito.

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