Jannik Sinner, campione di grandi valori: l’Italia sportiva con lui è pura e speciale

“Vorrei che tutti avessero genitori come i miei. Non mi hanno mai messo pressioni, mi hanno sempre lasciato scegliere. Auguro a tutti i bambini di crescere con genitori come i miei. È tutto”. E ancora prima: “Ci sono molte cose più importanti di ciò che faccio io, ad esempio chi lavora salvando vite umane, i medici che curano le persone sono molto più importanti di me”.

Sono le parole di Jannik Sinner, nato a San Candido in Alto Adige il 16 agosto 2001, talento precoce del tennis italiano, che oggi ha compiuto la sua impresa fin qui più grande entrando nel novero dei tennisti azzurri più grandi di sempre. Dopo la storica Coppa Davis in maglia azzurra, ecco il primo Torneo individuale del Grande Slam. E l’Italia del tennis sogna risvegliandosi nuovamente in una nuova prestigiosa era.

Grandissima la sua impresa in questa domenica 28 febbraio, Jannik Sinner che vince in rimonta in finale contro Daniil Medvedev e trionfa agli Australian Open. Il tennista altoatesino era inizialmente sotto di due set a zero, poi è riuscito a ribaltare il risultato e portare a casa un trionfo storico, a tratti epico, con il punteggio finale di 3-6 3-6 6-4 6-4 6-3 in una battaglia durata quasi quattro ore di gioco.

Jannik Sinner ha scritto così la storia del tennis italiano. È infatti il primo trionfo di un tennista italiano agli Australian Open e si tratta anche del primo Slam vinto in carriera da Sinner. Il nome di Jannik, crollato a terra dall’emozione subito dopo il punto decisivo, è da oggi scritto sul trofeo degli Australian Open.

Ben 48 gli anni di attesa per il tennis italiano. L’ultimo azzurro a vincere uno Slam era stato Adriano Panatta al Roland Garros nel 1976. Medvedev, che campione Slam lo è diventato già, nel 2021 a New York (dando la più grande delusione possibile al Djokovic lanciato verso il Grand Slam) a Melbourne è alla sua terza finale persa (contro Nole nel 2021, contro Nadal nel 2022 o oggi contro Sinner).

Qualunque ulteriore commento – oltre alle sue parole e alla cronaca che racconta la sua immensa impresa – sarebbe soltanto riduttivo e fuoriluogo verso Jannik Sinner, campione vero e di altri tempi. Un campione che va oltre i risultati conquistati sul campo. Un fuoriclasse di livello assoluto, che – c’è da fidarsi – farà parlare ancora di sé per molto, ma molto tempo.

Condividi:
Solo quando perde la Juve tutto è concesso?…

Sabato 10 giugno 2023. Finale di Champions League 2022/2023: Manchester City-Inter 1-0, con il gol di Rodrigo che regala la vittoria al City di Guardiola, da oggi primo allenatore al mondo a fare due ‘triplete’. Seconda Champions per il tecnico spagnolo e ‘tris’ negativo delle italiane – Roma, Fiorentina e appunto Inter – che perdono le tre rispettive finali in tutte le competizioni europee.

Tre finali perse con il calcio italiano che si conferma (e sì, si conferma!) nuovamente senza trofei continentali a fine stagione, con gli sfottò ai ‘perdenti’ subito partiti via social e non solo.

Il tutto in un’annata dove anche la Juventus (mia amata squadra del cuore, come tutti sanno) ha recitato un ruolo da “protagonista” – non solo in campo ma anche in procura – fra udienze, sentenze e giudizi, ‘massacrata’ senza fine da media e tifosi avversari, spesso in maniera fin troppo pesante e oltre il limite del consentito. Ma di questo, come sempre, non si ricorda nessuno perché nel calcio italiano vige la regola: “Due pesi e due misure”.

Ed è qui che dunque parte la sana riflessione, anche prendendo spunto da ‘amici’ juventini i quali leccandosi qualche ferita, ne escono alla fine più soddisfatti per le tre ‘disgrazie’ altrui, di cui la terza – per i sopra citati – vera ciliegina su una torta di inizio estate.

A leggere i commenti di chi si definisce “sportivo” sembrerebbe che nessuno aveva mai gufato né a Berlino né a Cardiff (per non andare troppo lontano) le finali disputate dalla Juve nella massima competizione europea, e poi che il detto “andarci vicino conta solo a bocce” valga solo ed esclusivamente per la squadra bianconera. Poi se analizzi il fattore campo, apriti cielo: quando perdono una finale, le “altre” lo fanno sempre a testa alta e con “orgoglio”, la Juventus invece perde e basta e dovrebbe vergognarsi dei propri giocatori, dei tecnici, di tutti: insomma quando a perdere sono gli altri c’è solo da esserne “orgogliosi”.

Noi juventini quando perdiamo dobbiamo accettare di buon grado gli sfottò di tutti, ma quando abbiamo l’occasione di ‘contraccambiarli’ tocca – per loro – stare zitti perché altrimenti si offendono, quasi a dover dire “prendi tutte le secchiate senza sosta, incassa e porta a casa”. Non funziona così… Permalosi!

I titoli italiani conquistati sono di estremo valore tanto da farci caroselli e programmare bus scoperti solo se a vincerli (con cadenza solitamente molto lenta sul calendario) sono gli altri, mentre quelli della Juve – che ne ha vinti altri nove di fila, non più di tre anni fa l’ultimo, non erano gli stessi.

Poi c’è pure il “siamo tra le prime due d’Europa” che acquista valore solo se la seconda non è la Juve. E diventa importantissimo solo in presenza altrui sottolineato dal fatto che “meglio perdere in finale che uscire ai gironi” perché per gli “altri” il piazzamento è un titolo da portare a casa con grande vanto ed “orgoglio”.

Bene, ne potrei elencare altre mille, ma la sintesi nel gioco del pallone è solo una: una vince e le altre arrivano dietro, e se arrivi dietro non ti ricorda MAI nessuno.

E allora – fra una plusvalenza e un’altra, si spera ormai concluse – di cui però non parla mai nessuno degli “altri”, tutti intenti a prenderne seriamente le distanze per paura di finirci dentro, l’augurio è quello di una buona estate a tutti, anche a chi rosica e porta il “bregno”. Perché il tifare “italiano” è troppo spesso – soprattutto nel calcio – per molti una grande ipocrisia. E perché mai come questa volta – dopo aver sparato a zero sulle anticipate ‘disgrazie’ bianconere – con il famoso diktat “Fino al Confine” ci si sono sbattuti contro in troppi, anche – per qualcuno – “Fino a prima di quel Confine”.

Condividi:
Gianluca Vialli, campione di vita e coraggio: eleganza, classe, dignità e una voglia innata di non mollare mai

La notizia è di quelle terribili, perché la morte di Gianluca Vialli è un qualcosa che lascia sgomenti. Eleganza, classe, dignità. Voglia di vivere e di lottare. Oltre che un grandissimo campione che a tanti juventini ricorda la cosa più bella, quella Coppa dei Campioni sempre tanto desiderata, Gianluca Vialli era soprattutto una bellissima e grandissima persona.

Un uomo vero, educato, sincero. Gianluca Vialli parlava della sua malattia con innato realismo: “Con il cancro non sto facendo una battaglia perché non credo che sarei in grado di vincerla, è un avversario molto più forte di me. Il cancro è un compagno di viaggio indesiderato, però non posso farci niente”.

“Al termine di una lunga e difficoltosa “trattativa” con il mio meraviglioso team di oncologi ho deciso di sospendere, spero in modo temporaneo, i miei impegni professionali presenti e futuri” – aveva comunicato nelle scorse settimane Gianluca Vialli – “obiettivo, quello di utilizzare tutte le energie psico-fisiche per aiutare il mio corpo a superare questa fase della malattia, in modo da essere in grado al più presto di affrontare nuove avventure e condividerle con tutti voi. Un abbraccio”.

“Un ospite indesiderato, un compagno di viaggio che avrei evitato volentieri”, come lo aveva ironicamente definitivo lui stesso.

Nato a Cremona il 9 luglio 1964, Gianluca Vialli iniziò a giocare a calcio all’oratorio del Cristo Re, al villaggio Po di Cremona. Dopo le giovanili vissute nel Pizzighettone, la Cremonese, arrivando fino alla prima squadra, 113 partite, 25 gol. Nell’estate del 1984 ecco la Sampdoria. Con la maglia blucerchiata addosso scriverà pagine indelebili del calcio italiano. “I gemelli del gol”, così fu ribattezzata la coppia gol formata insieme a Roberto Mancini, suo amico fraterno. Con la Sampdoria 328 partite ufficiali, 141 gol e lo Scudetto nella stagione 1990-1991, una Coppa delle Coppe (1989-1990), tre edizioni della Coppa Italia (1984-1985, 1987-1988 e 1988-1989) e una Supercoppa italiana (1991).

Nell’estate del 1992 ecco la Juventus, con la quale gioca 145 partite segnando 53 gol. In bianconero conquista uno Scudetto (1994-1995), una Champions League (1995-1996), una Coppa Italia (1994-1995) e una Supercoppa italiana (1995). Chiude la carriera da giocatore in Inghilterra, con la maglia del Chelsea (87 presenze e 40 gol). Con i Blues conquista quattro trofei: Coppa delle Coppe (1997-1998), Supercoppa europea (1998), Coppa d’Inghilterra (1996-1997) e Coppa di Lega (1997-1998). In Nazionale il bilancio di Vialli è di 16 gol in 59 presenze, tanti i ricordi in particolare ad Italia ‘90.

Gianluca Vialli diventa allenatore ed esordisce in Inghilterra in Premier League il 12 febbraio 1998, con il ruolo di player-manager del Chelsea. Diventa allenatore a tempo pieno dal 1999-2000. Dopo aver conquistato tre titoli nazionali e due europei, dal Chelsea viene esonerato il 12 settembre del 2000. Nel 2001 l’ultima esperienza in panchina, quella del Watford con cui l’avventura dura però poco più di un anno. Nei quindici anni successivi Vialli è commentatore e opinionista tv a Sky. Sempre con eleganza, pacatezza. Sempre con grande signorilità e sportività.

Nel novembre 2019 la Figc lo nomina capodelegazione della Nazionale allenata dall’amico Roberto Mancini con cui vince nell’estate del 2021 gli Europei nell’epica finale vinta ai rigori contro l’Inghilterra. L’abbraccio con il compagno di sempre Roberto Mancini resterà in eterno uno degli abbracci più belli ed emozionanti della storia del calcio.

Oggi, 6 gennaio 2023 giorno dell’Epifania, la notizia più brutta. Quella della sua scomparsa. Ciao Gianluca, grande uomo, esempio di vita e di coraggio. Ci mancherai tantissimo, a tutti!

Condividi:
Dybala con la Juve a 9 milioni, accetta la Roma per 4,5. Si chiama ‘calcio moderno’, e a volte perde anche lui…

Paulo Dybala oggi è un nuovo giocatore della Roma, e allora complimenti alla Roma per aver portato nella capitale un campione. Ma, viste le cifre, su Dybala qualcosa “non quadra”. Perché le cifre – in effetti – sono diametralmente opposte a quelle con cui il giocatore argentino stava chiudendo il rinnovo con la Juventus lo scorso ottobre.

Si è passati così improvvisamente, da potenziale giocatore più pagato della rosa bianconera, ad un contratto – certo oneroso – ma a quanto pare accettato senza battere ciglio. Questioni di stimoli, alcuni diranno? Già con l’Inter, rimasta a bocca asciutta sul giocatore, si discuteva per un massimo di 6 milioni stagionali, inserendo i bonus per poter raggiungere quella cifra nel corso del tempo (e così è stato fatto nella capitale non più tardi di ieri). E perché in quel caso – come riportano alcuni quotidiani nazionali – erano proprio le pretese economiche ad aver frenato l’intesa finale. Gesto d’amore del giocatore non accettare la “rivale storica” della sua ex-squadra? Non può bastare.

Ora per Dybala, la maglia giallorossa – già in realtà “sbandierata” più volte in un recente passato con Francesco Totti a fare da “promotore” – con una parte fissa relativa all’ingaggio del calciatore che scende quasi della metà rispetto a quella discussa con la Juve solo 9 mesi fa (passando dai possibili 8 milioni fissi in bianconero agli attuali 4,5 milioni in giallorosso).

Dybala accetta a Roma la metà dell’ingaggio che la Juve gli avrebbe offerto in quella società che – fascia da capitano e lacrime ricordando, con il numero 10 sulle spalle – lui avrebbe ( a suo dire) amato così tanto, passando da un club che ambiva alla Champions League ai capitolini che giocheranno la prossima stagione in Europa League. Merito di Mou, vero vincitore sulla questione.

In sintesi: lo staff di Dybala accetta la drastica riduzione dell’ingaggio, pur di ritornare a giocare subito. E le bandiere dopo lo stesso Totti e Del Piero (trovando il più chiaro collegamento sul fronte Roma-Juve che si possa ricordare, ndr), è ormai certo che non esistano più. In bocca al lupo “Paulino”, con le tasche un po’ più vuote, ma con un pallone – ancora – da continuare a calciare!

Condividi:
Milan Campione d’Italia: è lo scudetto dell’umiltà e del duro lavoro di Stefano Pioli

Gli avevano detto più volte che non sarebbe riuscito nell’intento. E invece zitto zitto, a testa bassa, e con tantissima umiltà e soprattutto con tantissimo lavoro, e senza chiedere “troppo” Stefano Pioli è riuscito a portare il Milan alla vittoria del campionato in un’annata davvero perfetta.

Quel campionato che gli era sfuggito lo scorso anno, non per molto. Una squadra giovane il Milan, cresciuto gara dopo gara che ha saputo sfruttare – anche – i grandi errori delle avversarie, su tutte Juventus e soprattutto Inter, data alla vigilia come favorita. E con uno Stefano Pioli sempre tranquillo, sempre sul pezzo.

Una carriera fatta di tanta gavetta – partita dalla provincia e poi andata sempre crescendo – quella di Stefano Pioli, sia da giocatore che da allenatore, mister umile e con i piedi ben piantati a terra, persona educata e mai sopra alle righe. E certamente un allenatore che ha saputo creare un gruppo vincente e unito, portando il Milan al 19º titolo nazionale della propria storia. Meritatamente.

Stefano Pioli ha l’assoluto merito di aver portato i rossoneri dove sono ora, perché ci ha sempre creduto e tanto ha lavorato per continuare a crederci. Anche criticato spesso dai sui stessi tifosi. Oggi tutti in festa per uno scudetto meritato tutto da festeggiare. Complimenti Milan. La festa ci sta tutta.

Condividi:
Giorgio Chiellini, l’addio al calcio giocato di una delle ultime bandiere rimaste in questo calcio (troppo) moderno

Sedici minuti storici, ma all’epoca nessuno poteva immaginare quanto. Il 15 ottobre 2005, alla settima giornata di campionato in Serie A, Giorgio Chiellini faceva il suo esordio con la maglia della Juventus. I bianconeri erano in vantaggio 1-0, e così avrebbero concluso, in casa contro il Messina grazie alla rete di Del Piero nel primo tempo. Oggi che, diciassette anni dopo, Chiello ha annunciato l’addio alla Vecchia Signora, una delle ultime bandiere rimaste in questo calcio “moderno” – anche troppo “moderno” – dice stop.

Sperava di dare l’annuncio del suo addio alla Juventus, al termine di una serata di gioia magari dopo aver sollevato il 20° esimo trofeo in maglia bianconera invece Giorgio Chiellini, ufficializza una notizia ampiamente nell’aria dopo il bruciante ko in finale di Coppa Italia contro l’Inter. Il capitano di mille battaglie, il prossimo anno non guiderà il gruppo con il suo esempio e la sua proverbiale grinta e voglia di vincere. Dopo 18 anni in bianconero il suo posto sarà preso da altri giovani che avranno il compito di riportare la Signora dove merita, a competere per lo scudetto e per quei trofei che dopo 10 anni consecutivi non sono arrivati.

“Con gioia e serenità lascio questa squadra e sarò il primo tifoso della Juventus – ha detto Giorgio Chiellini – È la mia scelta al 100 per cento, lunedì saluterò il mio Stadium, poi magari faccio qualche scampolo a Firenze”.

“Dispiace lasciare con un anno senza vittorie, ma va accettato – ha aggiunto – deve rimanerci qualcosa dentro. Qualcosa non è andato, c’è stato un percorso di miglioramento ma siamo lontani dalla squadra più forte: bisogna fare però un’analisi più ampia, il Milan è meno forte dell’Inter ma è davanti. Ci vuole continuità nel carattere e nella voglia: manca qualcosa che è stato nel DNA della Juve per anni e va ritrovato. Ci sono i cicli, fa parte della vita: bisogna avere l’energia che ci può far ripartire”.

“Il mister è la persona migliore per trasferire questo DNA – ha continuato Chiellini – il prossimo anno questa squadra non può accettare di finire senza titoli. L’importante è essere consapevoli di questo processo, io ho vissuto anche due settimi posti: ci è voluto tempo e siamo ripartiti, ora tocca ai ragazzi continuare. Io ho fatto quello che potevo, spero di aver lasciato qualcosa: cedo lo scettro ai giovani. E’ una mia scelta, oggi non ce la facevo più ma ho dimostrato di esserci ancora: lascio con serenità, sarò il più grande tifoso”.

“Hai dimostrato cosa vuol dire indossare la maglia della Juventus, ogni volta che sei sceso in campo. Per 17 lunghi anni. Ti ho visto arrivare ragazzo, e conquistarti tutto con umiltà e lavoro. Un esempio per chiunque sogni questi colori.Da juventino e da compagno di squadra, dalla serie B allo Scudetto, grazie Giorgio!” – il saluto di Alessandro Del Piero.

Tra i pochi calciatori di successo capaci di conciliare la carriera sportiva con un proficuo percorso di studi, si è dapprima diplomato presso il liceo scientifico “Federigo Enriques” di Livorno, con il voto di 92/100, e poi nel 2010 si è laureato in economia e commercio presso l’Università degli Studi di Torino, con una votazione finale di 109/110; nel 2017 ha ulteriormente conseguito presso lo stesso ateneo la laurea magistrale in business administration, ottenendo una votazione di 110/110 con lode.

Giorgio Chiellini, marito di Veronica con cui ha due figli, nella sua carriera ha vinto un record di nove campionati consecutivi di Serie A con la Juventus (dal 2011-12 al 2019-20), club con cui ha conquistato anche cinque Coppe Italia (di cui un record di quattro consecutive dal 2014-15 al 2017-18 e ancora nel 2020-21), cinque Supercoppe di Lega (2012, 2013, 2015, 2018 e 2020) e un campionato di Serie B (2006-07), raggiungendo inoltre due finali di UEFA Champions League (2015 e 2017); in precedenza con il Livorno, squadra in cui è cresciuto, aveva vinto un campionato di Serie C1 (2001-02).

Con la nazionale ha trionfato all’europeo itinerante di Europa 2020; tra gli altri piazzamenti, è stato finalista all’europeo di Polonia-Ucraina 2012 e terzo classificato alla Confederations Cup di Brasile 2013 e alla UEFA Nations League del 2020-2021. In azzurro ha inoltre preso parte ai mondiali di Sudafrica 2010 e Brasile 2014, agli europei di Austria-Svizzera 2008 e Francia 2016 e alla Confederations Cup di Sudafrica 2009. A livello giovanile, con l’Italia olimpica è stato medaglia di bronzo ai Giochi di Atene 2004, mentre in precedenza con l’Italia Under-19 si era laureato campione d’Europa a Liechtenstein 2003.

Ritenuto tra i migliori difensori della sua generazione, a livello individuale è stato eletto tre volte migliore difensore AIC (2008, 2009 e 2010, quest’ultimo condiviso con Walter Samuel), oltreché inserito cinque volte nella squadra dell’anno AIC (2013, 2015, 2016, 2018 e 2019), tre nell’ESM Team of the Year (2013, 2015 e 2018), due nella squadra della stagione della UEFA Champions League (2015 e 2018) e una nella squadra dell’anno UEFA (2017); in precedenza, in ambito giovanile era stato inserito dall’UEFA nel Dream Team del campionato d’Europa Under-21 2007 e nell’All-Time XI del campionato d’Europa Under-21 (2015). Nel 2021, infine, si è classificato 13º nella graduatoria del Pallone d’oro. Per lui di prospetta un futuro nel calcio come dirigente, quasi certamente nella “sua” Juventus.

Condividi:
Chiellini saluta la Nazionale: capitano vero, gesto che emoziona

Capitano vero, giocatore d’altri tempi. Sempre pronto a metterci la faccia, con onestà e coraggio. E soprattutto, intelligenza. Il capitano degli azzurri, Giorgio Chiellini, sarebbe pronto all’addio alla Nazionale. Incertezza sul quando, ma molta emozione per la cessione della fascia quando nell’inutile Turchia-Italia, dove tanti giovani hanno dimostrato che un posto lo meritano, c’è stato anche spazio per un momento toccante, ma necessario del “meno” giovane in campo e capitano vero: il passaggio della fascia da Giorgio Chiellini a Gianluigi Donnarumma.

Un gesto simbolico, a fine partita, che ha sfiorato una narrazione emozionale, intensificando un addio alla maglia che, a 38 anni quasi, il capitano avverte come inevitabile.

Il gesto del “Chiello” che è stato sereno, netto, sicuramente maturato nella consapevolezza che attendere altri quattro anni sarebbe arduo e forse anche lontano dai suoi obiettivi professionali, fra le ipotesi quella di futuro dirigente nella Juve o un’avventura negli USA in MLS con la famiglia al seguito.

Ma Chiellini la nazionale la lascia perché ha deciso di affrontare senza rimorsi il prossimo futuro, consentendo alle nuove generazioni azzurre di affacciarsi senza il filtro dei senatori. Il capitano, quando è stato richiamato dalla panchina per essere sostituto da Bastoni, si è tolto la fascia dal braccio, l’ha baciata e l’ha messa su quello di Gigio Donnarumma in un passaggio che ha impressionato, anche coloro i quali non lo hanno apprezzato in passato o criticato.

Un addio certamente triste per Giorgio Chiellini che la passerella d’onore se l’è riservata a Wembley contro l’Argentina: il difensore cercherà di preservarsi e di arrivare in forma per il suo probabilissimo saluto alla maglia azzurra, che ha onorato con dei numeri da top player, nello stadio che lo ha visto trionfante agli europei. Per un un amore ‘azzurro’ nato il 17 novembre 2004 con Marcello Lippi CT con, adesso, 116 presenze e 8 gol. Giorgio Chiellini, una delle poche bandiere rimaste oggi nel calcio.

Condividi:
Cara Italia, contro la Macedonia “a pallone” non puoi e non devi perdere…

Ci sono cose che non puoi permetterti di fare: e se sei l’Italia – a calcio – non puoi permetterti di perdere contro la Macedonia, 69ª Nazionale del ranking. Un’Italia avulsa e spompata a cui va detto certamente “grazie” per il titolo europeo meritato arrivato in estate, ma di ricordi, si sa, non si può vivere. Perché la vita va avanti e gli obiettivi da centrare vanno centrati.

Trentacinque tiri, zero gol. La partita contro la Macedonia si può tristemente racchiudere in questa statistica che indica la oramai cronica incapacità degli azzurri a trovare la via della rete. Perduta, come i Mondiali in Qatar, un fallimento irrimediabilmente concretizzatosi al 92′ con il tiro a fil di palo di Trajkovski dove Donnarumma si è allungato, senza arrivarci.

Inutile girarci intorno, l’Italia è stata eliminata perché non sa più segnare: onore alla Macedonia che ha svolto una gara di lotta e governo trovando l’unico tiro della gara e andando a segno. Ma l’Italia del calcio pluristipendiato non può permettersi una tale figura. Una nazione dove nelle squadre di club di giocatori italiani, soprattutto giovani, se ne contano sempre meno. Basti pensare a Verratti, centrocampista in grado di poter giocare ovunque in Europa, partito a 19 anni alla volta della Francia senza mai debuttare in Serie A.

Gli azzurri possono e devono recriminare solamente nei confronti di sè stessi e per avere palesato in oltre 90 minuti una evidente incapacità di andare in gol. La fotografia è quella di Domenico Berardi che a porta vuota accompagna il pallone tra le braccia di Dimitrievski al 30’.

Tutte fuori dalla Champions League già a marzo le quadre di club italiane, alle quali ora si aggiunge la triste Italia di ieri sera fuori dal mondiale per la terza volta nella storia, seconda consecutiva eliminata ai gironi dalla mediocre Svizzera e adesso dalla sufficiente Macedonia: quando si tratta di giocare in Serie A tutti fenomeni, poi assoluti comprimari oltre i confini. Complice anche che tanti dei convocati di Mancini non giocano nemmeno in squadre che l’Europa la “bazzichino”. Ma ieri è storia recente e storia triste. Il punto non è che l’Italia non ci abbia provato nella notte del ‘Barbera’, anzi. A volte però provarci non basta, bisogna riuscirci. Italia a casa, nel Mondiale invernale tanto criticato, ma che Mondiale è e al quale noi non ci saremo. Di nuovo.

Condividi:
La Juve resta, Paulo Dybala no: nel calcio dei procuratori l’addio della ‘Joya’ ai colori bianconeri

Ora è praticamente ufficiale. Paulo Dybala lascerà la Juve al termine della stagione. Non c’è stato accordo con il suo procuratore. È finita l’era Dybala in bianconero.

“Non può vivere per quello che ha fatto in passato. Parlo da osservatore e non da dirigente della Juventus: da osservatore dico ‘Arrivabene, rinnovagli a 5 anni a 20 milioni’, a me non frega niente. Anche se mi fa solo 2 giocate mi stropiccio gli occhi perché tanto i soldi non li esco io. Da dirigente però non posso avere un capitano che mi deve trascinare a 29 anni e che 12-14 partite l’anno è matematico che mi sta fuori. È vero che potrebbe diventare un leader tecnico, ma non posso avere uno fragile emotivamente. Se ti vanno bene le cose ti fa le giocate, se vanno male lo definisco quasi un ‘bambinone piangione’”. Così Paolo Di Canio aveva definito nelle scorse ore il giocatore argentino a Sky Sport.

Impossibile da un lato dargli torto a Di Canio. In un calcio dove sempre più sono i procuratori a fare la differenza, certamente anche lo stato fisico “troppo gracile” del 10 bianconero ha fatto la differenza. L’offerta della Juventus non ha convinto l’entourage di Paulo Dybala anche perché la Joya ha sul piatto due offerte economicamente più rilevanti. Lasciamo ora però da parte i paragoni. Specialmente con chi in passato, bandiera della società degli Agnelli, il contratto pur di restare alla Juve lo firmò in bianco. Buona fortuna “Paulino”. Tu non resti. La Juve si!

Condividi:
Constantini-Mosaner d’oro e l’Italia scopre il curling. Ma quali sono le regole di questo sport?

L’Italia, improvvisamente, scopre il curling! Stefania Constantini e Amos Mosaner ce l’hanno fatta: la coppia del curling italiano è medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Pechino. Il duo azzurro ha sconfitto in semifinale la Svezia e in finale la Norvegia. Gli azzurri sono stati nettamente i più forti di tutti, vincendo tutte e 11 le partite effettuate, le nove del girone eliminatorio, la semifinale e la finale. Nell’atto conclusivo non c’è stata storia. L’Italia ha fatto il break decisivo tra il secondo e il quarto end e poi ha gestito il vantaggio, avendo la meglio sulla coppia Nedegrotten-Skaslien, rivestitisi di bronzo nel 2018. Stefania Constantini ha 22 anni, vive a Cortina e fino al mese scorso era commessa in un negozio di abbigliamento. Fin da bambina coltivava un sogno: “Vincere una medaglia nel curling alle Olimpiadi”. Mosaner ha 26 anni e vive a Cembra, piccolo paese trentino dove il curling è una religione.

L’exploit di Constantini e Mosaner ha attirato l’attenzione di tutti, sebbene il curling non sia uno sport molto praticato in Italia.

Ma quali sono le regole principali del curling? Il curling si gioca su una superficie ghiacciata, con una pista lunga circa 45 metri e larga 4. Le dinamiche si possono considerare simili a quelle del gioco delle bocce. Il match è suddiviso in dieci manche o end (ma per le Olimpiadi di Pechino sono solo 8), durante le quali i giocatori lanciano dei blocchi di pietra da 20 kg, chiamati in gergo ‘stone’. L’obiettivo è la ‘house’, ossia un bersaglio circolare posto in fondo alla pista e composto da un cerchio esterno blu e da uno interno rosso, denominato ‘bottone’. Più stone si trovano al centro del bersaglio, più punti ottiene la squadra.

Fondamentale è, ovviamente, allontanare le stone degli avversari: ogni pietra posta più vicina al centro del bersaglio (al bottone) rispetto alla prima pietra dei rivali, vale un punto. Il massimo di punti ottenibili in una sola manche è otto, che equivalgono appunto al numero di stone che si possono lanciare. Nei rari casi in cui questo si verifica, in gergo si dice di aver fatto un “pupazzo di neve”.

Un elemento caratteristico del curling è la scopa, che si utilizza durante la corsa della stone verso la house. La superficie viene innaffiata per favorire la formazione di piccole goccioline che, una volta ghiacciate, rendono la pista irregolare; la scopa serve a “ripulire” il percorso della stone, permetterle di accelerare se necessario o regolarne l’andamento in linea retta o leggermente curva. A dettare l’utilizzo o meno della scopa è lo skip, ossia il giocatore che effettua il lancio. Nel caso in cui le stone vengano colpite dalla scopa, si parla di infrazione. Benvenuto in Italia, caro curling!

Condividi: